Antipolitica e blog, circoli e partiti.
Il dibattito si allarga di giorno in giorno ma credo che su alcuni punti sia ancora necessario fare un minimo di chiarezza. Una giusta dose di antipolitica è fisiologica in una democrazia, è la medicina che aiuta a correggere la rotta quando occorre e a non perdere mai di vista le trasformazioni e i bisogni di una società. L’antipolitica diventa patologia e quindi una sindrome allarmante quando si rompe il patto tra i cittadini e chi li amministra, un patto che non è fondato solo sulla fiducia ma su un elemento altrettanto indispensabile e molto meno complicato: la capacità di ascolto della politica. Se il cittadino comune ogni mattina sfoglia il giornale o apre un libro e scopre l’elenco interminabile dei costi, dei privilegi e degli sperperi della politica, si indigna e farà sentire la sua protesta, ma la protesta finirà in piazza quando va al supermercato e si accorge, dalla sera alla mattina, che un pacco di pasta, non di caviale, gli costa qualche euro di più al chilo. È allora che la protesta diventerà antipolitica: la rivendicazione gridata di un diritto all’ascolto che è anche la riaffermazione del diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio ruolo. Il successo dei blog e della comunicazione via internet è la conferma di questa esigenza primaria che riaffiora nei momenti di crisi profonda di una società: «Io esisto e voi, signori della politica, ne dovete tener conto, non potete far finta di niente». Ma persino i blog, nel loro linguaggio a volte crudo ed estremo e così facile da strumentalizzare per il tribuno del momento, indicano qualcosa di ben diverso da ciò che appare a una lettura superficiale. Non esprimono la voglia di cancellare la politica, ma di rinnovare la politica [...].
L’onda d’urto della protesta via internet non sta tracciando nel nostro Paese l’inizio di una rivoluzione antidemocratica ma sta segnalando il bisogno di ritrovare presenza e appartenenza. I sondaggi a cui la politica ricorre ormai abitualmente per scandagliare gli umori dell’elettorato, sono uno strumento parziale e passivo d’indagine; i blog, invece, con tutti i loro limiti, sono uno strumento molto più libero e attivo e quindi ben più impegnativo. Sono una chiamata al senso di responsabilità e all’azione. I blog non sono la voce del popolo, non tutti possono cliccare su un sito, né internet sostituisce la politica né i partiti: essi chiedono di ritrovare politica e partiti degni di questo nome, in grado di decidere e di agire.
Un’ulteriore conferma del desiderio di politica che paradossalmente si nasconde dentro il vuoto della politica è l’altro fenomeno nuovo di questo scenario in movimento. Chi ironizza sui «circoli» dei cittadini e li liquida come un’invenzione effimera e poco più che virtuale, non coglie l’importanza della loro funzione.
I circoli [...] sono l’antidoto naturale all’antipolitica perché restituiscono a chi ne fa parte non solo voglia di protestare, ma voglia di fare e di partecipare, e perché obbligano chi fa politica all’attenzione e alla comprensione.
Ed è significativo che i circoli siano nati e si siano sviluppati all’interno del mondo liberale delle forze politiche di centro destra: dimostrano come sia questo il solo mondo capace d’intercettare e interpretare anche le svolte più traumatiche indirizzandole lungo i binari dell’interesse nazionale. I partiti che si richiamano al popolo stanno cavalcando l’aspetto deteriore, demagogico e qualunquista dell’antipolitica e dei blog trascinandosi appresso, volente o no, l’intero governo. I partiti liberali si preoccupano invece di riannodare sul territorio il legame spezzato della classe politica con l’Italia che esiste, lavora, produce e chiede di essere compresa e «raccontata», attraverso decisioni chiare e programmi ancora più chiari. [...]